OMAGGIO A VITTORIO GASSMAN

All'artista e all'uomo va tutta la nostra stima insieme ad un cordiale e affettuoso saluto

Scritto da Anonimo   marted� 29 luglio 2003

Pubblichiamo qui una sua riflessione scritta per Telèma sulle moderne tecnologie.
Paradossalmente speriamo che, come nel nostro caso, voi non vi troviate d’accordo con i contenuti. Si, perchè in tal caso ognuno potrà focalizzarsi sul garbo, l’ironia e l’intelligenza con i quali vengono espresse le opinioni. Stile che fa di questo personaggio, al di là di ogni potenziale riconoscimento in campo artistico, un esempio di umiltà, buon senso e classe vissuti con il sorriso e con il piacere di vivere.

D.I.

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Tratto da Telèma: (http://www.fub.it/telema/TELEMA6/Gassman6.html)
LO SPETTATORE IN SALA HA UN PRIVILEGIO: SENTE E VEDE IL REALE
di Vittorio Gassman
Una premessa, per dovere di sincerità: rispetto all'universo telematico e computeristico il mio atteggiamento è decisamente e forzatamente negativo, per più di un motivo.
Il primo di tali motivi è la mia innata e quasi patologica mancanza di manualità. Mia madre fu costretta ad allacciarmi le stringhe delle scarpe fino ai quattordici anni; un maestro di chitarra classica, che apprezzava la mia musicalità, mi cacciò via dopo tre mesi di sforzi perché le mie dita si incastravano goffamente nelle corde; non so cambiare una gomma o una lampadina, non so nemmeno fare un caffè, tanto meno usare un telefono digitale o peggio un telefonino.
C'è poi l'aspetto puramente estetico, una sorta di rifiuto di qualsiasi meccanicizzazione dell'arte. Non scrivo nemmeno a macchina, uso invece la penna perché attribuisco una valenza personalizzata alle correzioni, alla grafia, alla lotta con la sintassi e grammatica. L'avvento di Internet mi procura un vero e proprio disagio "umanistico" (e sono lieto di constatare che lo stesso Umberto Eco, conoscitore e fruitore dei mezzi computerizzati, mette in guardia sull'eccesso della notizia elettronica e invita a una certa prudenza per "decimare" e selezionare la valanga di tali informazioni, che spesso include il cattivo gusto, la spazzatura, addirittura il razzismo).
Certo, è un corso difficilmente controllabile, so che il mio rifiuto dipende anche dal fattore generazionale. Mio figlio Iacopo, come il figlio di Eco, ha subito familiarizzato con il suo computer e irride alla mia imbranatura di fronte a qualsiasi congegno.
Il mio mestiere, poi. Non voglio stabilire impossibili gerarchie di valori fra teatro e cinema o televisione; ma il teatro conserva indiscutibilmente un suo privilegio esclusivo, che è la presenza carnale dell'attore, la perenne variabilità, la possibilità del rischio, dell'incidente (ho sempre pensato - sentito - che in qualunque pubblico, oltre al difetto voyeristico di cui parla Norman Brown, si annidi un'inconscia attesa che l'attore, "esibizionista", possa morire sulla scena).
Il segno della comunicazione artistica esula dal campo scientifico, di cui invece è intessuta la semiotica. Cito, a chiarire le mie note, due riflessioncelle in versi che mi accadde di scribacchiare molto tempo fa.

La politica, il computer, la scienza
fanno domande cui si risponde "sì" o "no";
e un bit binario ha il cuore. Però
si allungano in terziarie intermittenze
sistole e diastole. Pulsano in quel nodo
i linguaggi della vita e dell'arte,
che si rifiuta alle risposte certe:
non dice "sì" né "no". Parla del "modo".

La foto fissa il dato temporale.
La cinepresa registra, oggettiva.
Snodata e inquisitiva è la telepresa.
Lo spettatore teatrale
è sprovvisto di apparecchi e obiettivi:
il suo zoom sono gli occhi e gli orecchi.
Ma sente e vede il reale.