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Questa volta parliamo di spot

Scritto da Paolo Matera   gioved� 5 giugno 2003

Da diverse settimane va in onda su tutte le reti nazionali uno spot pubblicitario di notevole impatto emotivo.
C'è un bambino che insegue di corsa l'immagine di un aereo in volo riflesso su uno specchio d'acqua, cercando ripetutamente di catturarla, come fosse una farfalla o un ranocchio, finché il suo ingegno non concepisce la costruzione di una scatola di legno grazie alla quale spariranno in un colpo solo ombra e aereo insieme.
Lo spot si chiude con un primo piano del bambino disteso sull'erba, con petto gonfio e occhi sognanti rivolti verso le nuvole.
Saranno le bellissime e azzeccatissime note di "People have the power" di Patty Smith, che ne accompagnano egregiamente le immagini; sarà che da quando la mia è finita, continuo ad avere il pallino fisso della nostalgia d'infanzia; magari qualcuno dirà anche che ho il cuore tenero, e che di spot furbi come questo ne hanno fatti a bizzeffe, sulla scia della suggestione ruffiana dell'amaro Averna. Eppure, non v'è occasione che nei suoi frequenti passaggi televisivi, non percepisca distintamente il classico fenomeno neurovegetativo della "pelle d'oca", la stessa perduta sensazione di quando avevo otto anni e ascoltavo l'inno d'Italia ai Mondiali di calcio o alle Olimpiadi.
Dovrò perciò convenire: il messaggio è potente.
Nella corsa del bambino c'è tutta la lirica romantica di Truman Capote e il magnifico e genuino immaginario di Ray Bradbury; nella scatola di legno, perfino la citazione cinematografica del delizioso film con John Turturro, "Box of Moonlight".
Tutto già visto dunque. Forse banale. E chissà quante decine di altre citazioni ugualmente pertinenti verranno in testa a chiunque abbia letto libri diversi da quelli racchiusi nella mia limitata biblioteca. Ma concentrare tutta questa forza in pochi fotogrammi non è mai semplice. E poi i peli delle braccia non stanno a badare all'assoluta originalità del prodotto artistico per rizzarsi. Lo fanno quando gli va: davanti a una rappresentazione dell'Aida, all'esecuzione di un inno nazionale, o a una canzone di Claudio Baglioni. E forse è anche meglio che sia così.
Piuttosto, non va giù che uno spot così intenso (diciamo pure "bello") finisca per pubblicizzare una banca. Vabbé che il mercato ha le sue leggi, e che gli artisti, cominciando dai geni del Rinascimento per la Chiesa Cattolica, sono da sempre costretti a operare per pubblicizzare qualcosa che sta agli antipodi della proverbiale spregiudicatezza della creatività.
Ma perché proprio una banca?
Avrebbe potuto trattarsi di un'automobile, simbolo dell'inquinamento galoppante post-industriale, e della tracotante opulenza dell'Occidente, ma anche della sempre giovane e giovanilistica voglia di fuga, intendibile in senso estensivo come corsa alla libertà dall'immobilismo delle convenzioni, come metafora del libero amore e del congenito bisogno all'indipendenza. Si pensi al recente spot della Mini, in cui tre improbabili amici decidono di partire per Madrid a bordo della propria utilitaria, dopo aver scelto a caso l'iniziale della destinazione.
Avrebbe potuto trattarsi (che so?) di un paio di jeans, incarnazione invero della più bieca filosofia consumistica, che rende possibile il paradosso tutto moderno per cui un paio di pantaloni strappati e rammendati possa far mostra di sé nella più lussuosa vetrina di una metropoli e costare un occhio della testa. Ma i jeans sono stati anche il brando impugnato dalle gioventù ribelli degli anni Cinquanta contro l'opprimente ipocrisia dei padri, uno dei primi indumenti della storia capaci di esprimere un modo di essere ancor più compiutamente che lunghi e frammentati discorsi cosparsi di "cioè" e "appunto". Non per niente la beneamata "Levi's" è stata per lunghi anni maestra di spot televisivi, una delle poche multinazionali dotate d'un capitale sociale talmente alto da permettersi il gusto di fare pubblicità seguendo più i canoni dell'"arte per l'arte" che le logiche dell'"arte per il profitto".
Sì, d'accordo, ma una banca no!
Che c'entra una banca con la fantasia di un bambino, diamine?
Non sarebbe il caso di trasmettere questo spot con un bollino rosso e una bella fascia nera sugli occhi del piccolo protagonista? Ci lamentiamo giustamente della pedofilia su internet; e che dire della faccia che farà questo bambino, una volta diventato adulto, non appena si renderà conto d'aver venduto l'inappagabile freschezza dei primi anni al più greve edificio dell'adulto raziocinio?
Siamo forse impazziti o è il segno dei tempi? Sarà che l'infanzia degli ultimi decenni si è disillusa parecchio, e che lo spirito della competizione è salito pure sulla cattedra di questa sublime età, dirigendo spietatamente le dinamiche del Nascondino e della Mosca Cieca, ma mi è ancora difficile pensare che qualche fanciullo di cinque o sei anni sogni di fare da grande il direttore di banca.
A parte i figli di Berlusconi, s'intende...