INVETTIVA CONTRO MICHELE SERRA

Dichiarazione di odio di un sinistroide plebeo

Scritto da Paolo Matera   gioved� 22 maggio 2003

Ci sono due diversi modi di essere di sinistra. Uno è quello nobile dei no global, dei pacifisti che non osano spaccare vetrine, e di chi si fa ammazzare sotto le ruspe dei moderni colonialisti; lo stesso degli imprenditori etici e dei commercianti equi e solidali; di chi fa sana e specchiata politica di provincia, e del privato cittadino che s'impone il fastidio quotidiano di fare raccolta differenziata, fino ad arrivare a chi si fa soltanto i cazzi propri per l'intera vita limitandosi a votare tutte le volte per Rifondazione.
L'altro è quello spregevolmente lezioso dei decrepiti carbonari da Prima Repubblica, dei cosiddetti "intellettuali" dall'onanismo facile, di quelli che non fanno altro che leccare lo specchio sul quale si riflette la faccia triste della propria inutilità.
Così passa le sue giornate Michele Serra. Specchiandosi. Nei propri scritti, ma anche in quelli degli altri, celebrando continuamente il rito stanco della propria stessa idolatria.
"Scrivere è l'unica cosa che so fare". Gli ho sentito ripetere più volte questa frase. Una volta anche Matz Wilander dichiarò: "Giocare a tennis è l'unica cosa che so fare", dopo essere diventato numero uno nel ranking mondiale (supposto che Serra sia da collocare al vertice della letteratura italiana). E' un tipico vezzo da campioni, o da chi si sente tale, ammettere falsamente la propria inettitudine riguardo a ogni campo d'attività umana che esuli dalla propria. Soprattutto, è espressione del più becero razzismo pre-illuminista, di una civetteria salottiera da giardino di Versailles, rigurgito di un'epoca in cui si riteneva che "l'arte del pensare" fosse privilegio di pochi, e il compito di lavorare un dovere della "massa". Così capita che chi non scrive romanzi o saggi per il bisogno della gente di sognare o imparare, chi non stila rubriche di critica per elargire competenza specifica al comune fruitore di prodotti artistici, chi non fa cronaca e non informa il curioso, chi non siede dietro a una cattedra statale per istradare verso i mestieri, insomma chi non fa niente di utile per i suoi simili, niente altro se non per la propria vanità, si trovi senza alcuna spiegazione ad incarnare il prototipo del guru della cosiddetta "cultura di sinistra".
Odio la supponenza fascista di Michele Serra. Odio la sua paternalistica bonomia dispensata di tanto in tanto in favore di quei poveri esseri "inferiori" finiti per malasorte sotto gli arrugginiti martelletti dell'amata "Olivetti", per ostentarne il falso ecumenismo culturale. Ancor oggi ricordo bene l'elogio funebre apparso qualche anno fa sulla prima pagina di Cuore in omaggio alla vita artistica di Franco Franchi, il così detto "comico delle smorfie", redatto in un tono assai somigliante al commosso necrologio di un antropologo dell'Ottocento per la perdita della propria scimmia.
Odio il suo compiacimento narcisista, mentre confessa a tutto spiano di non saper usare il computer, pur senza per questo mettere in dubbio la sua utilità (agli ex lettori di Cuore: ricordate la campagna di denigrazione di Serra & C. verso la presunta superfluità dei primi cellulari?).
Ho assistito spesso in televisione agli sfoghi rabbiosi da parte di mediocri demagoghi televisivi di casa Mediaset, satolli dell' ancor più che mediocre affetto popolare su cui si pascono, che sparavano a raffica su chi si permetteva di giudicare il loro lavoro di conduttori, mettendo in dubbio perfino la ragion d'essere di una professione invero rispettabilissima come quella del critico. Ma la domanda che personalmente mi pongo è molto diversa da quella di un Columbro o di un Castagna: non affermo affatto la sovranità assoluta del pubblico; ciò che mi chiedo è come questo signore riesca a sopravvivere in un'epoca nella quale si è presa ormai solidamente coscienza del fatto che la figura anacronistica dell'intellettuale "generico" sia propria di una società imperfetta. Difatti, il capitalismo occidentale, con le sue ferree regole di mercato, è riuscito a distruggere quello che nemmeno il bolscevismo russo aveva scalfito, perché se un qualunque prodotto d'ingegno non va, per quanto raffinato possa essere, nella nostra beneamata epoca viene immediatamente scartato dai canali di comunicazione di massa, di modo che il genio di turno è costretto ad arrotolarsi la coda e cercarsi un qualunque altro lavoro pur di mangiare.
Ma dimentichiamo che il buon Serra non sa fare altro nella vita. Nient'altro che scrivere. Perché allora non impiegarlo come dattilografo in un'agenzia di assicurazioni?