I DIMENTICATI FIGLI DI NESSUNO

Memoria di un razzismo del quale non si parla

Scritto da Paolo Matera   mercoled� 30 aprile 2003

Due sere fa sono nello studio legale di Pierangelo. La gamma di cause pendenti e non che occupa lo smilzo classificatore del mio amico non è delle più interessanti: ci sono diciassette sinistri e una querela per diffamazione e percosse. In attesa che finisca di parlare col suo cliente decido di dare una veloce lettura alla querela. Si tratta di un fatto a dir poco grottesco: una ragazza va a trovare il proprio nonno moribondo in ospedale, e qui viene dapprima apostrofata con frasi del tipo "Vattene, bastarda!", e poi scacciata via a calci e morsi dalle proprie zie. La ragazza è la figlia naturale ma illegittima di una delle sorelle.
In un attimo mi sovvengono alla mente le mie stesse vicende familiari: mia nonna non vede più suo figlio da venticinque anni, perché questi aveva deciso di sposare una donna nata da padre sconosciuto.
Riflettendo sulla persistenza di certi pregiudizi in un'epoca avanzata come la nostra, non ho potuto fare a meno di considerare come, paradossalmente, anche nell'ambito dei movimenti per i diritti non si sia immuni da inconsapevoli disparità di trattamento.
Quello nei confronti dei figli nati fuori dal matrimonio è un tipo di discriminazione sociale di cui si è persa traccia nell'ambito della comunicazione mediatica, ma che risulta estremamente attuale nella vita di tutti i giorni. Non vedremo mai cortei di figli naturali sfilare in piazza con cartelli inneggianti alla parità delle proli, anche perché la loro tutela legale, senza bisogno di manifestazioni pubbliche, bensì solo grazie a una maturata coscienza istituzionale, è giunta da tempo a un regime pressoché accettabile. Se al tempo dell'Assemblea Costituente i deputati cattolici costrinsero i socialisti a sgolarsi come matti per inserire l'art. 30 della Costituzione sulla difesa dei diritti dei figli naturali (nulla potendo contro l'ambigua formulazione "compatibilmente con i diritti della famiglia legittima"), col tempo, anche i partiti di ispirazione cristiana hanno lasciato da parte ogni pretesa di differenziazione formale fra le due posizioni. Eppure, all'interno del tessuto sociale, sacche di odio e pregiudizio continuano a nutrirsi e a riprodursi negli alvei di un'ignoranza diffusa, le cui proporzioni sono assai sottovalutate dai circuiti d'informazione. E nessun discorso o movimento libertario o d'emancipazione si sognerà mai di citare anche i figli illegittimi nell'abituale elenco di reietti dalla storia della società contemporanea, accanto ai neri, agli ebrei, gli omosessuali, gli immigrati, e via dicendo.
Che ci siano diversi tipi di razzismo è in effetti un fatto incontestabile, ma quello nei confronti dei cosiddetti "bastardi", per usare un appellativo la cui gravità è stata tradita dall'uso assai comune che se ne fa, oltre a essere stato di sicuro quello più trascurato dalla coscienza civile moderna, risulta forse come il più esecrabile.
Se cerchiamo infatti di scindere le molecole dei veleni dell'odio e interpretarne la genesi, possiamo forse discernere diversi livelli di gravità, a seconda delle ragioni (intese nel senso puro di "cause") che ne sono alla base, e del loro rispettivo grado di comprensibilità (non certo di giustificazione).
In primo luogo esiste un razzismo fondato sulla riprovazione verso un comportamento che si ritiene moralmente inaccettabile, a prescindere dalla sua inoffensività sociale. E' quello che colpisce gli omosessuali e le ragazze madri, e in genere tutte le persone la cui condotta sessuale, benché socialmente innocua, diverge dalle norme di carattere morale della dottrina cristiana. Benché inaccettabile come tutte le forme di inimicizia non indotte da precedenti offese "ad personam", questa attitudine discriminatoria ha comunque una sua coerenza, perché si contrappone a delle "azioni", non importa se oggettivamente inoffensive e compiute nel privato.
Un tipo di razzismo vicino al precedente è quello ideologico, che trae spunto non da una condotta, bensì da un atteggiamento mentale: si odia una persona perché la pensa in una determinata maniera. Qui trova posto l'intolleranza religiosa (es. l'antisemitismo cristiano). Ma in Italia si sono avuti momenti di notevole intolleranza sociale di carattere "laico" nei confronti dei comunisti, anche in epoche molto recenti, quando le assunzioni in banca richiedevano preliminarmente dichiarazioni giurate di ripulsa verso quella ideologia.
Su un livello più profondo può collocarsi il razzismo più diffuso di tutti, che è quello contro gli immigrati. Basato su una concezione equivoca dell'identità, che vede nella convivenza fra etnie diverse un attentato al senso di unità nazionale o etnica, questo tipo di discriminazione possiede anche componenti soggettive, benché siano ancora quelle oggettive a prevalere: non si odia l'albanese o il marocchino in quanto tale, piuttosto si reagisce alla sua azione di approdare in Italia, vale a dire in una terra non propria, considerando tale atto come una sorta di violazione della proprietà.
Il tipo di razzismo più odioso e incomprensibile è però quello che assume solo componenti soggettive. Esso non contesta alcun comportamento vizioso, ma solo il fatto di "essere" qualcuno o essere figlio o discendente di un individuo o di un'etnia che si ritiene colpevole di qualcosa. Di quest'ultima categoria fa parte appunto l'odio sociale verso i figli illegittimi, verso i neri, le donne, ma anche l'antisemitismo nazional-popolare dell'Ottocento e della prima metà del Novecento, e la discriminazione per le persone sfigurate o per i portatori di handicap.
In questo caso si tratta davvero di un odio che non dà spazio ad alcuna forma di comprensibilità, se non con la persistenza di un retaggio infantile che porta a rifiutare la vicinanza e spesso la stessa esistenza del "diverso". Contro questo tipo di sentimento, non può che controbattersi un tentativo di crescita spirituale e intellettuale, da condursi in primo luogo con l'arma della alfabetizzazione, che perfino in epoca di high-tech non deve affatto considerarsi anacronistico, se solo si dà retta alle statistiche.