PESCA AI CETACEI

Bruxelles nostro servizio - Le discussioni più interessanti delle ultime sedute. Cosa fa il parlamento europeo

Scritto da Alfredo Zavanone   luned� 11 giugno 2001

La Norvegia esporterà carne di balena. Il Paese Scandinavo ha deciso di sfidare le leggi internazionali. Lo ha annunciato il ministro della pesca.
La Norvegia ha deciso di esportare in Giappone, Islanda e Perù carne e grasso di balena, sfidando in questo modo le leggi internazionali che vietano il commercio delle balene e dei loro derivati. È stato lo stesso Ministro delle Pesca norvegese, Otto Gregussen, a comunicarlo nel corso di una conferenza stampa. Greussen ha affermato che le esportazioni inizieranno tra diverse settimane, solo dopo aver istituito un sistema basato sull’analisi del DNA che consentirà di monitorare la carne e il grasso che verranno venduti all’estero. La Norvegia, secondo il Ministro degli Esteri Thorbjoern Jagland, non teme particolari reazioni internazionali per questa decisione. La balenottera minore (la principale specie oggetto di caccia da parte dei norvegesi) è una specie che non pare particolarmente a rischio. Si stima che attualmente siano stoccati in Norvegia circa 600 tonnellate di grasso e carne per un valore di mercato dell’equivalente di oltre 21 miliardi di lire italiane. In Norvegia il prezzo di mercato di un chilo di carne di balena è di circa 40.000 lire; il grasso viene considerato in Giappone una vera leccornia. La decisione norvegese è probabilmente una prova di forza per riaprire ufficialmente tra qualche anno la caccia alle balene. Un provvedimento che forse verrà preso nel 2002 quando l’annuale riunione della IWC (International Whaling Commission – Commissione Baleniera Internazionale) si terrà proprio in Giappone, tra i paesi che più in questi anni hanno esercitato una notevole lobby internazionale per riprendere a puntare gli arpioni contro i cetacei. Nel 1987 la Norvegia, Giappone, Islanda e Corea del sud manifestarono l’intenzione di continuare a catturare le balene in piccole quote a «scopo scientifico», una scappatoia che consente a queste nazioni di continuare, seppure in misura minore, la caccia ai cetacei.
Al Parlamento Europeo i problemi della Pesca sono molteplici. Alcuni provvedimenti.
La pesca ai tropici piace all’europarlamento.
Nel giugno del ’98 è scoppiato nella Guinea Bissau un conflitto armato, che ha costretto il governo del Paese all’esilio nel vicino Senegal: la situazione si è rivelata disastrosa soprattutto per la perdita totale di controllo in tutti i settori dell’amministrazione.
L’Unione è rimasta direttamente coinvolta negli eventi, in quanto legata al Paese da un contratto di disciplina dell’attività della pesca in alto mare di fronte alle sue coste. Il 17 Dicembre del 1997 era infatti entrato in vigore un accordo che stabiliva le relazioni di pesca tra l’Unione europea e la Repubblica della Guinea, valido per un periodo di 4 anni, ovvero fino al prossimo giugno del 2001.
L’Europarlamentare Arlindo Cunha, popolare portoghese, appartenente alla commissione per la pesca, ha presentato al Parlamento una relazione sulla proposta del Consiglio di concedere al governo della Guinea Bissau un contributo equivalente alla cifra non pagata per la sospensione dell’attività in seguito al conflitto.
La somma ammonterebbe a circa 12 miliardi e mezzo di lire, stanziati per il sostegno alle attività di pesca locali, nonché al rafforzamento delle misure di controllo e alla ricostruzione delle strutture di pesca danneggiate.
Il Parlamento, visto anche il parere della commissione dei bilanci, ha approvato la proposta del Consiglio, che prevede, tra l’altro, l’erogazione del 50% dei contributi in un primo momento, e la seconda parte in seguito ad una relazione dettagliata dell’utilizzo dei fondi.
Ma passiamo ad esaminare un ‘altra curiosità. “Pasta al granchio” a base di sgombro.
Tutto OK se la quantità è indicata sull’etichetta: lo dice Bruxelles
Se compriamo una confezione di “pasta al granchio”, dobbiamo prestare molta attenzione all’etichetta: la presenza del crostaceo deve essere indicata, insieme però alla sua percentuale; a questo punto non importerà più se il condimento della pasta è a base di granchio o se quest’ultimo ingrediente è presente solo in una minima quantità, che, secondo legge UE, non deve essere inferiore a una percentuale oscillante dall’1 al 5%. Non ha avuto quindi grande successo la critica sollevata da una signora inglese che, comprando la confezione di pasta a base di granchio, ha avuto la cattiva sorpresa di scoprire che solo il 10% del condimento era costituito dalla polpa del roseo crostaceo: il 90% del resto del prodotto era invece composto dal 40% di sgombro, dal 24% di merluzzo e dal 26% di altri ingredienti. Quindi, la confezione contestata dalla signora, era perfettamente in regola con le leggi comunitarie. L’Europarlamentare inglese Richard Howitt (iscritto al partito socialista) ha voluto vederci chiaro in questa faccenda chiedendo maggiori informazioni alla Commissione. David Byrne, commissario per la tutela dei consumatori, ha confermato la regolarità della confezione di pasta acquistata: la percentuale di granchio era indicata sull’etichetta. Peraltro alla signora è andata bene: la percentuale del crostaceo non era del 5% o addirittura dell’1% (minimo richiesto), ma addirittura del 10%. Sarebbe stata sufficiente un’occhiata alla confezione per non essere bidonati.